Divertenti curiosità sull'evoluzione dei materiali scialpinistici

Di ritorno da una bella gita scialpinistica, ce ne stavamo seduti chi sul divano chi attorno alla stufa con le gambe stanche a commentare le caratteristiche tecniche dei vari scarponi diffusi oggi sul mercato. Tra i partecipanti alla conversazione, nonché alla scialpinistica appena trascorsa in allegra compagnia, si mescolavano generazioni diverse e tra questi c'era chi mosse i primi passi agli albori della disciplina. Noi giovani avemmo così modo di scoprire alcuni pezzi che definiremmo "d'artiglieria" e che suscitarono grosse e grasse risate.

Con tutto rispetto, anzi, per chi invece ebbe modo di utilizzarli e di compiere salite e discese inaudite rispetto appunto alle loro caratteristiche!

E fu così che "il vecchio Max" intrattenne il simposio.


"Per non parlare degli scarponi a calzata posteriore, che molti hanno utilizzato negli anni ’90.

A parte il peso, ma non se ne faceva caso, erano molto apprezzate le qualità in discesa: garantivano una buona tenuta, essendo scarponi in uso nelle piste, sufficientemente rigidi e ben avvolgenti. A questi si applicava una suola in gomma Vibram, risultavano ramponabili.. Insomma, si riteneva fossero l'eccellenza! Gli scarponi a calzata posteriore piacevano a molti e, quasi fosse una moda corremmo ad acquistare Salomon per citare solo una marca, per fare poi le modifiche citate alla suola ed avere un buon scarpone nella discesa."


Tuttavia, nonostante l'ostinazione del vecchio Max a celebrarne le doti, ammettendo però qualche svantaggio legato all'uso mentre si camminava per lunghe ore in primavera su sentieri, noi giovani ascoltatori ridevamo, riscontrando una somiglianza sconcertante con gli scarponi utilizzati dai Cloni sul cast di Star Wars! Vedete voi per credere.



"Si diceva degli scarponi, va ricordato che fino ai primi mitici Scarpa e San Marco, apparsi in pari epoca alle pelli adesive, con gli scafi in plastica, 4 o 5 ganci e ghetta incorporata, i vari modelli fino ad allora disponibili erano in cuoio, più bassi, appena sopra il malleolo e con chiusura a lacci."


Marcel Kurz albori scialpinismo ottocento
Marcel Kurz, ph: François Frederic Roget

"Prima delle pelli di foca adesive, per vari decenni, dai tempi del mitico Kurz pioniere dello scialpinismo agli inizi del secolo scorso, queste erano fermate sulla punta e sulla coda degli sci con vari accorgimenti ma sulla soletta non erano aderenti stabilmente essendo prive di colla.

In alcuni casi, soprattutto nelle diagonali o quando malauguratamente la neve era pesante e formava uno zoccolo queste purtroppo accumulavano grandi quantità di neve e cosa ancor peggiore non garantivano aderenza alla neve poiché nei punti più delicati si spostavano lateralmente. A dir il vero questo sviluppava una utile sensibilità nell’accentuare una certa angolazione delle gambe necessaria per una migliore presa ed in generale per una corretta progressione. Ricordo vivamente che un bel giorno in cima ad una montagna sentii dire che erano comparse le pelli adesive con la colla; insieme a me altri amici ascoltavano titubanti pensando a come mai avrebbe potuto uno sci, tolte le pelli, scivolare veloce sulla neve o come mai avrebbe potuto una pelle riattaccare la volta successiva. Comunque, al pari delle scarpette d’arrampicata, in pochissimi tempo si diffusero ovunque. Può sembrare oggi di poter rinunciare ad una pelle adesiva? A dirla tutta oggi vi sono addirittura le pelli senza colla..!"


"Un certo dispiacere lo si provava poi quando nel ripido si impostavano i cambi di direzione faccia a valle con la neve profonda, poiché come potete immaginare tutto era più complicato.. Fortuna che oggi si gira faccia a monte!"


Chi scrive, negli anni ’70 era poco più che un ragazzo e tra amici non si trovavano mai a discutere del peso dell’attrezzatura, argomento che invece oggi riveste quasi una priorità tra chiunque di noi svolga attività in montagna. In quegli anni quello era il materiale, l’ambiente in senso lato non poteva neanche suscitare la discussione, socials ed internet non erano ancora presenti, così come le competizioni scialpinistiche (a parte il trofeo Mezzalama). Certo oggi, a questa generazione degli anni '70 quando in negozio si trovano accanto giovani fisicamente ben dotati che cercano insistentemente modelli sempre più leggeri gli verrà ben da sorridere!


"Vogliamo parlare d’attacchi, vi prego non mettetevi a ridere, uno su tutti, il Silvretta 104: più di 1 Kg per sci, anche se innovativi in quanto garantivano anche l’uscita laterale della talloniera ed erano indistruttibili ma, per usare un eufemismo, poco performanti!

Prima di loro in Italia prevaleva la diffusione degli Zermatt, in diverse versioni; li ricordo abbastanza sicuri, anch’essi pesanti. Per chi voleva mediare le esperienze scialpinistiche con il freeride sognando inutilmente nevi polverose ovunque, si diffuse anche lo svizzero Dyamir, ottimo attacco, un po’ ingombrante ma sicuro. Qualche attacco, prototipo di modelli che hanno aperto la strada ai moderni attacchi leggeri, comparve sul mercato già dagli anni ’90, ma scetticismo e incertezze fra i vari praticanti ancora facevano prevalere i modelli più diffusi quali Silvretta, Tyrolia, Dyamir. Questi attacchini leggeri, apparsi in coincidenza di esigenze competitive sui primi circuiti di gara, si son sviluppati grazie all’inventiva di un ingegnere austriaco ostinato scialpinista e di prestanti atleti valtellinesi e se oggi disponiamo di qualche irrinunciabile centinaio di grammi sotto gli scarponi, interessi commerciali a parte, è loro merito."



"Quasi uguale il discorso sugli sci.

Come in molti altri ambiti sportivi inizialmente nel segmento dello scialpinismo era molto scarsa la specializzazione, quindi all’incirca negli anni ’50 e ’60 si adattavano vari sci da discesa, quasi sempre in legno seppur con le lamine, con gli attacchi di cui si disponeva che, presupposto inscindibile dovevano consentire lo snodo del tallone per la marcia. Qualche meravigliosa foto d’epoca in bianco e nero ritrae i più impavidi sciatori con attacchi talvolta costituiti solo da due molle e qualche cavo metallico.. A giustificare passione e voglia di andare nella montagna innevata!"


"Comparvero i primi sci da scialpinismo: ricordo i Roy, non se ne abbiano altri marchi. Piano piano le principali case costruttrici iniziarono ad immettere sul mercato sci caratterizzati da una certa morbidezza, leggermente sciancrati, certamente lontani dalle misure odierne dei modelli freeride, finanche ad inventare una particolare sagomatura sulla parte superiore denominata “driving effect” per agevolare il galleggiamento, recuperando peraltro un antico accorgimento presente in alcuni modelli già negli anni ’30. Rossignol, Fischer, Tua ed altre marche proposero modelli dapprima con la punta molto sollevata, poi arrotondata, via via più corti, con buchi in testa per legare ed accoppiare i due sci in caso di autosoccorso ed altri accorgimenti. Ma tutto assunse ben altre proporzioni a partire da fine anni ’90 ove si assistette ad un crescente interesse commerciale sostenuto da vari fattori primo fra tutti la comunicazione."



Questo comizio sui materiali era partito da grosse risate e per non abbassare il livello di comicità, ci venne tra le mani una vecchia guida dei mitici "Les pistards volants" dove sull'introduzione riguardante i materiali leggemmo: "Lo zaino non è sempre indispensabile, ma è meglio portare con sé quelle poche cose che ci possono servire per regolare un attacco, un paio di guanti di riserva, qualcosa da mangiare. Nei percorsi più difficili è necessario invece del materiale alpinistico: imbragatura-discensore per un'eventuale doppia con 30 metri di corda dello spessore di 9 mm.." E noi che la corda da 9 non la usiamo più neanche in falesia ormai! Per non parlare dell'obbligatorietà di avere ciascuno il proprio zaino con dentro pala e sonda!

Ma ripassiamo la parola al vecchio Max, che le esperienze vissute rendono tutto più autentico.


"Non vi dico nulla di ARVA pala e sonda, non a caso non dico ARTVA, anzi dovrei dire BIP, perché così inizialmente si diceva, poiché la storia si fa troppo lunga.

Oppure del cordino da valanga, una strana matassina di 30-40 metri di sottilissimo cordino che veniva sfilata dallo sciatore qualora si considerasse il pendio pericoloso, sperando così in un più veloce ritrovamento nel caso di travolgimento da valanga.. Sorridete?!

Oppure del kit di autosoccorso, accoppiatori e cordino per fare una barella di fortuna, purtroppo usata più volte e trasportata faticosamente per ore con il ferito a bordo.. Che ricordi! Le chiamate di soccorso ovviamente erano più rare e difficili."


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Ci bevemmo così un'altra birra, alla salute di questi vecchi ricordi, grazie a cui siamo cresciuti e abbiamo potuto adattare le tecniche sia di salita che di discesa, divertendoci sempre più e confermando infine che…

La neve ha più colori dell’arcobaleno!


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